Sanremo 2026: che fastidio
Per il primo anno non farò pagelle, perché questo Sanremo mi ha ricordato una Pasquetta del 2002, quando siamo andati tutti fiduciosi in un agriturismo a 2 ore da Roma, partendo in ritardo, con il traffico che ci ha immobilizzato e reso la giornata una sfida all’ultimo sangue. Ma nonostante tutto siamo arrivati all’agriturismo, che faceva schifo, il tavolo non aveva tutti i coperti, abbiamo mangiato tutti stretti stretti, ma comunque ci siamo sforzati di farcela prendere bene. L’ottimismo non è servito: il conto era salatissimo, tornando a casa un paio di persone si sono sentite male con l’intestino e da quel giorno non abbiamo mai più parlato di quella Pasquetta perché è stata un concentrato di tutto quello che poteva andare male.
Uguale a Sanremo 2026, che aspettavo con fanciullesca goliardia per cantare le canzoni e vedere qualche abito di alta moda. E invece mi sono solo depressa e privata del sonno senza un motivo valido.
Armani è stato celebrato fin dalla prima sera, come sempre, quest’anno con maggiore intensità come -credo- omaggio alla sua morte. Come se non ci fossero altre case di moda italiane più o meno storiche da cui attingere a piene mani, ma Armani è basic, elegante, non divisivo, liscio, noioso. E io devo aspettare un anno per vedere dei tubini o abiti lunghi con lo scollo a cuore. Tutti neri. La prendo come un’offesa personale.

Ma la moda ci racconta la società, e questa è evidentemente una fase di rigidità, di ansia e di rifugio in un passato di semplice eleganza, di velluti, gioielli preziosi, lunghi guanti e zero creatività. Salvo ovviamente una manciata di partecipanti che, grazie ai loro stylist, ci hanno resuscitato i sensi con uno storytelling di spessore dietro gli outfit. Ditonellapiaga, Dargen D’Amico, Elettra Lamborghini, Michele Bravi: sono loro i miei vincitori e li ringrazio perché non ne potevo più di giacche nere, abiti color carne, make up minimal.
Ma il mio senso di noia e di piattume si applica serenamente anche a tutto il resto, dagli argomenti trattati in modo a dir poco imbarazzante (No war! Pace per i bambini! Uomini, quando una donna dice no, è no, capito??) ai problemi tecnici prima dell’esibizione di Alicia Keys per finire con Bocelli in sella a un cavallo bianco chiamato come un dittatore. Il tutto inframezzato da momenti di pornografia del dolore, della morte, dei tempi nostalgici, una pesantezza e un senso di oppressione veramente micidiali.
Ho nostalgia di quando l’Italia si scandalizzava per Blanco che distruggeva i fiori: eravamo felici e non lo sapevamo.

Concludo con una riflessione un po’ da boomer: ma è possibile che al Festival della canzone italiana possano partecipare persone che non sanno cantare? Come se io mi segnassi domani a una gara di MMA sperando di uscirne indenne. Eppure ogni anno assisto -con un WTF stampato in fronte- a esibizioni di gente stonata che non sa cantare. Pensare che Serena Brancale ed Eddie Brock gareggino nello stesso campionato mi manda in tilt il cervello. Ma forse sono solo invidiosa perché io sono stonata e nessuno mi chiede mai di cantare.
Infine, vi invito al coraggio: abbiamo ben 365 giorni per abituarci a Stefano Di Martino.
Micaela Paciotti
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