Tutto quello che mi è mancato a Sanremo
Tanti anni fa un mio amico mi disse che qualunque cambiamento si volesse apportare alla società, si sarebbe dovuto iniziare dai riti collettivi, come le manifestazioni o lo stadio. Dopo aver visto questo Sanremo 2025, ho capito finalmente cosa voleva dirmi.
Tra il festival dello scorso anno e questo, c’è una tale differenza di contenuti, intenti, modernità, che è difficile pensare siano passati solo 365 giorni.
Eppure Carlo Conti ha portato in scena una società frettolosa e superficiale, dove nella stessa manciata di minuti si saluta Benigni, si presenta un progetto importante, si ricorda un artista morto, si parla di teatro patologico e di gente che “soffre” di disabilità (WTF?).
In questo festival si ricordano i bambini morti ma non le guerre che li uccidono, si inquadrano giovani donne attiviste ma non si concede loro spazio per parlare, nessuno ha tempo di dire qualcosa, nessuno approfondisce niente, siamo stati bombardati da cose random e non le abbiamo approfondite. Come succede sui social, scrollando il telefono. Un reel parla di cucina, quello dopo di Gaza, quello dopo di gattini e quello dopo ancora dei 5 club dove ballare a Londra. L’encefalogramma si appiattisce, sempre di più, abbiamo bisogno di stimoli -anche se vuoti- e preferiamo la quantità di contenuti alla qualità.
I grandi eventi, i riti collettivi, come Sanremo, sono un palco al cubo: viene rappresentata una fotografia trasversale del presente, in termini di temi di attualità e di costume. Nel 2023 abbiamo storto il naso con il discorso di Chiara Ferragni sul self-empowerment perché ci sembrava troppo superficiale, chi avrebbe mai detto che lo avremmo rimpianto? Quest’anno ci siamo meritati la Follesa che perculava la Ferragni e la Marcuzzi che ridacchiava giuliva mentre abbracciava tutti perché lei “ha bisogno di abbracci”. Messaggio alla nazione? Nessuno. Messaggio alle donne in ascolto? Meglio che non mi esprimo.
In momenti storici di imbarazzo intellettuale, la moda ha sempre giocato un ruolo di game-changing. La moda ci prende per mano e ci porta al prossimo livello della cultura, ci mostra quello che scorre sotto e che a breve arriverà in superficie. Ci ha introdotto al gender fluid già negli anni 70, quando la società era matura ma ancora non lo sapeva. Si è fatta trovare pronta per il boom economico, con rouches, fiocchi e oro, quando tutti volevano dismettere i mesti abiti della povertà postbellica. Ci ha sussurrato i concetti di upcycling e sostenibilità quando il mondo non sapeva neanche cosa fossero.
Come negli altri festival, ho sperato che anche quest’anno gli stylist facessero un percorso concettuale, per donare simbolismo ai corpi dei partecipanti, per lavorare su messaggi sociali e politici che solitamente passano per metri di tessuto, da Enrico VIII ad Achille Lauro/San Francesco del 2020.
E invece? Il nulla. Abiti neri per lei, abiti neri per lui, giacche scure per lei, giacche scure per lui. Pochissimi colori, comunque applicati su abiti senza tempo (non nel senso buono del termine), di una noia mortale.
Mi è mancata Madame, mi è mancata Rosa Chemical e Big Mama, mi è mancata quell’aria di contemporaneità, di trasgressione, di rottura. Che si traduce nel termine rappresentazione dei corpi, delle identità, delle unicità, dei diritti. Che infatti sono in grave pericolo.

Ci ha salvato solo Lucio Corsi, che è arrivato così come è arrivato in decine di suoi concerti: un bolero cucito da lui, raffazzonato e sbrindellato, jeans skinny e stivali ampiamente usati. Senza marketing, senza stylist, ma con l’idea del suo personaggio.
A volermi sforzare in buona fede perdono anche Nick Cerioni, lo stylist di Lauro, perché posso vedere nello storytelling applicato ad Achille Lauro un omaggio alla vecchia Hollywood, che, come il resto della società occidentale, sta bruciando senza pietà.
Micaela Paciotti
3 pensieri riguardo “Tutto quello che mi è mancato a Sanremo”
D’accordissimo.
Chissà che invece anche quest’anno la moda ci abbia dato un messaggio che stentiamo ancora a capire. Senza voler fare facili connessioni cromatiche con tutto il nero che ci circonda, la noia, il disincanto, la paura, la necessità di qualcosa di stabile e austero che ci tenga fermi, radicati, e “annoiati” quando siamo bombardati da notizie prive di peso, o così forti e pesanti da farci vacillare costantemente.
Il fatto che non ci piaccia non vuol dire che non sia al passo.
Ma riconosco che questo possa essere il commento di chi la moda non la capisce/segue.