“Il diavolo veste Prada 2”: é tutto!

“Il diavolo veste Prada 2”: é tutto!

Il Diavolo veste Prada è uscito nel 2006, quando ero una studentessa di Scienze della Comunicazione al secondo anno del suo percorso universitario. All’epoca andavo al cinema almeno due volte a settimana, un po’ perché pagavo il biglietto tre euro grazie al prezzo ridotto per gli studenti ma anche per “deformazione professionale”: se studi comunicazione non puoi semplicemente essere indifferente ai mass media, settima arte inclusa.

Nel 2006 il mio sogno era diventare giornalista e quando ho visto Il Diavolo veste Prada sono rimasta folgorata. Andy, la protagonista del film, sarei potuta essere io (in versione pugliese). Facciamo un piccolo riassunto di questo film diventato cult.  

Il Diavolo veste Prada

La trama

Andrea Sachs, detta Andy, è una neolaureata appena arrivata a New York dove cerca lavoro. Il suo sogno è diventare giornalista e, per questo, sostiene un colloquio per l’ambitissimo ruolo di seconda assistente di Miranda Priestly, la dispotica direttrice della rivista di moda Runway.

Andy però è lontanissima da quel mondo: non conosce i nomi degli stilisti, non ha buon gusto nel vestire e veste la taglia 42 (venti anni fa non c’era traccia del body positive nella cultura).

Inizialmente Miranda la liquida velocemente, salvo poi ripensarci: magari una ragazza così diversa può rivelarsi talentuosa. Andy, dopo varie peripezie, rinuncerà a questo lavoro caratterizzato da ritmi inumani, competizione tossica e leadership totalitaria, per trovare un equilibrio tra impegni professionali e vita privata, evitando che uno prevalga sull’altro.

Un film cult

Ho già anticipato che Il Diavolo veste Prada già alla sua prima visione mi ha lasciata senza parole, perché mi sono immedesimata totalmente con la protagonista. Da lì a un anno anche io sarei stata una neolaureata squattrinata in cerca di lavoro come giornalista e magari, pensavo, avrei potuto avere un’occasione imperdibile anche io.

Ma, al di là del lavoro di giornalista, il personaggio di Andrea è forte, in quanto è una moderna Cenerentola che deve combattere quotidianamente con la matrigna, Miranda Pristley, per affermare la propria identità e riuscire nel suo obiettivo primario: avere successo nella vita. Il Diavolo veste Prada è diventato un cult perché – narrativamente parlando – è una favola moderna e, della favola, attiva tutti i meccanismi. La struttura della fabula è semplice e riconoscibile: partiamo da una situazione iniziale, passiamo a una rottura dell’equilibrio, vediamo la trasformazione del protagonista, infine ci sono scioglimento e situazione finale.

E, non a caso, la sequenza che segna la trasformazione estetica, psicologica ed emotiva della nostra protagonista principale è diventata un cult: con un montaggio di Andy che cambia outfit sulla colonna sonora di Vogue di Madonna diventiamo consapevoli che non è più la stessa ragazza appena arrivata a New York.

I punti di forza de Il Diavolo veste Prada sono quindi, secondo me, la narrazione e la costruzione psicologica dei personaggi.

Il Diavolo veste Prada 2

In questo sequel, lo dichiaro subito, c’è poco spazio per le storie personali e per l’evoluzione/trasformazione dei personaggi.

Ne è una dimostrazione il fatto che la sequenza di cambio outfit con la colonna sonora di Vogue questa volta è un racconto di trasformazione collettiva: non c’è più Andy da sola, ma la protagonista è circondata costantemente da Miranda, Nigel e la prima assistente. Non c’è più un’eroina che deve sconfiggere la matrigna, c’è un intero mondo che sta colando a picco: l’editoria.

Andy, che aveva lasciato Miranda, per trovare la famigerata work-balance, nella prima scena del film viene licenziata con un messaggio, proprio mentre riceve un premio giornalistico per un’inchiesta con la sua firma. Decide allora di accettare un’offerta di lavoro caduta dal cielo dal presidente della casa editrice di Runway e dopo vent’anni torna nella redazione che aveva deciso di lasciare.

Ma anche la patinata rivista di moda ha dovuto fare i conti con il passare del tempo, i tagli del budget, l’importanza degli insight, lo spauracchio dello scrolling. Nigel, descrivendo cosa è diventato il suo lavoro, afferma: 

Runway ha smesso di essere un magazine anni fa, ora è digitale, scaricabile, streamable, e il budget che avevo per i servizi fotografici esotici fatti con Avedon non esiste più; adesso sono fortunato ad avere due giorni al Milk Studios per creare contenuti che le persone scrolleranno mentre fanno pipì.

Inoltre nel mondo contemporaneo Miranda deve appendersi il cappotto da sola, ha un ufficio che dà sull’open space in cui lavora tutta la redazione, viaggia in Economy dove non servono champagne e, last but not least, deve moderare il linguaggio, perché nel 2026 certe espressioni non sono più ammissibili.

Il Diavolo veste Prada ci aveva fatto sognare, era un film aspirazionale. Il Diavolo veste Prada 2 ci ha riportati coi piedi per terra ricordandoci qual è la triste realtà lavorativa odierna.

Valeria de Bari

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