Schiaparelli: Fashion Becomes Art, la mostra di moda che celebra il mito

Schiaparelli: Fashion Becomes Art, la mostra di moda che celebra il mito

Il discorso più inspirational che abbia mai ascoltato, al netto del famosissimo ‘Stay hungry, stay foolish’ di Steve Jobs, è quello pronunciato da Daniel Roseberry nel 2024, quando fu nominato International Designer of the Year ai CFDA Fashion Awards.

In questo breve speech di ringraziamento, il direttore creativo di Schiaparelli racconta della sua vita di poco più che trentenne, povero e disoccupato, che dormiva per terra a casa di un amico. La sua carriera, dopo il lavoro da Thom Browne, non era decollata, i suoi sogni erano finiti, era pronto per tornare a casa. In quel momento viene chiamato per prendere il timone della maison forse più sfidante di tutti: lui si rende conto che, se accettasse, diventerebbe il primo designer americano a capo di una maison francese. Forse molti non ci hanno mai pensato a questo gamebreaking, che invece è una roba enorme che ha cambiato la percezione di chi può fare cosa. E già per questo il nome Roseberry va scritto a caratteri maiuscoli nei libri di moda.

Nella sua esperienza a Parigi, il direttore creativo di Schiaparelli capisce subito l’unicità della sua maison: laddove il mondo del lusso è uniformato e conforme, Elsa Schiaparelli dopo quasi un secolo ne è ancora l’antidoto, perché è unica e visionaria, piccola e potente.

E dopo anni gloriosi in cui il magistrale lavoro di Roseberry sugli archivi è stato acclamato da tutti, il V&A di Londra ha dedicato una mostra pazzesca alla madre di tutti gli anticonformisti, visionari, ribelli, geni dell’ultimo secolo.

La mostra Schiaparelli: Fashion Becomes Art al V&A di Londra

Negli ultimi anni ho visto varie mostre di moda, come Memorabile.Ipermoda curata da Maria Luisa Frisa e la pazzesca LOUVRE COUTURE e non era concepibile perdermi proprio quella dedicata alla mia couturier preferita di sempre, Elsa Schiaparelli. Verso questa donna, unica nel suo genere, tutto il mondo dell’arte e della moda ha un debito di riconoscenza. E chi non lo ammette, mente. Nata nel 1890 a Roma, all’interno di una famiglia colta e aristocratica profondamente legata al mondo dell’arte e della cultura, sviluppa fin da giovanissima quello spirito visionario e anticonformista che avrebbe poi rivoluzionato la storia del costume.

Gli anni della sua giovinezza li trascorre tra Londra e Parigi, a ubriacarsi di arte, teatro, avanguardie e musica. Inizialmente focalizzata sullo sportswear e sugli abiti per il tempo libero, nel 1927 crea il famosissimo Bowknot sweater, con un effetto trompe l’oeil mai visto prima e che, da quel momento fino ad oggi, ha fatto parte del nostro guardaroba,

In questo piccolo pezzo di maglieria, è racchiusa già la sua fortissima spinta al surrealismo e a una percezione della realtà poco conformista.

Schiaparelli e Roseberry

La mostra è lodevole anche per la strategia narrativa del lavoro della maison Schiaparelli, che non viene snocciolato in un mero ordine cronologico, ma secondo pilastri concettuali, mostrando come i paradigmi stilistici cari a Elsa sono stati raccolti e interpretati decenni dopo, senza tradirli e senza renderli commerciali.

Come lo skeleton dress del 1938, che in piena filosofia surrealista porta all’esterno dell’abito quello che l’abito copre (le ossa), che ispira anche l’abito nero con la collana a forma di polmoni firmato Roseberry, diventato famoso dopo che l’ha indossato Bella Hadid a Cannes nel 2021.

Ma anche il design delle giacche, cappotti e giacchetti segue un filo rosso lungo 80 anni. La giacca ispirata agli specchi e all’opulenza di Versailles, è la bisnonna del Matador jacket disegnato nel 2021, rispettando quella visionarietà e anche quella distanza dal sentire comune, che per i due artisti va sempre e comunque fatto saltare in aria e ricostruito.

L’anticonformismo non è per tutti

L’anticonformismo non è per tutti, pochi lo creano e pochi lo indossano, perché ci vuole coraggio, sprezzo del giudizio altrui e dello status quo delle cose. Nel mondo del fashion è una lezione da tenere a mente, perché stiamo andando verso un piattume e un’omologazione senza precedenti. Schiaparelli piaceva molto a tutte le donne fuori dagli schemi, come Katherine Hepburn, Joan Crawford, Vivian Leigh, ma anche alle collezioniste d’arte, alle socialites, alle intellettuali. Sono gli anni in cui nuovi codici femminili si affacciano all’orizzonte, come i pantaloni, copricapi particolari, nuovi volumi che modificano la percezione del corpo, nuovi materiali futuristici o insoliti.

Su tutto, competenza sartoriale e abiti che non mortificano e non stritolano, ma che proiettano un nuovo significato. Se Dior in quegli anni valorizzava il corpo seguendo la forma femminile, Schiaparelli costruisce una nuova realtà, fisica ed emotiva. I volumi riempiono i vuoti, non enfatizzano i pieni. E aggiunge molte tasche, per evitare che in tempi di guerra le donne dovessero portare anche una borsa. Una visione “alta” che però ha ben presente lo spirito dei tempi e veste una donna molto reale. E questa lezione Roseberry la recepisce in pieno, è incredibile vedere come dopo decenni lo spirito originario della maison sia stato centrato in pieno. Schiaparelli non è un brand per fare soldi, è una filosofia pura, ancora viva, grazie a un designer texano. Io sono certa che Elsa Schiaparelli lo avrebbe adorato.

Schiaparelli e il suo rapporto con il surrealismo

Man Ray, Jean Cocteau e soprattutto Salvador Dalì: questi gli artisti con cui Elsa Schiaparelli ha collaborato per creare un dialogo strettissimo tra arte e moda, rimandi di codici surrealisti dalla tela alla stoffa, simboli riprodotti sui gioielli della maison che richiamano i quadri di Dalì e ne mantengono vivo lo spirito. Come il lobster dress, indossato anche da Wallis Simpson durante il suo viaggio di nozze. Abito strettamente legato al famoso Telefono aragosta (Lobster Telephone) progettato da Dalí l’anno precedente. Per Dalì l’aragosta era un forte simbolo di passione e di vita. O come il tears dress, che con motivi trompe l’oeil simula lembi di carne strappata. Dalla collaborazione tra Elsa Schiaparelli e l’artista surrealista Jean Cocteau nasce invece il decoro sul retro del famoso cappotto, dove due profili creano la forma di una coppa piena di rose. Quest’ultimo è stato di ispirazione anche per Daniel Roseberry, che nel 2021 ha fatto sfilare un meraviglioso capo iconico (che non a caso è stato scelto per la locandina della mostra).

Schiaparelli Pour le Soir

La mostra è punteggiata di abiti meravigliosi, da quelli degli anni 30 a quelli degli anni contemporanei. Ci sono tanti decenni di buco in mezzo, eppure la vicinanza al contemporaneo di ciò che proponeva Elsa è veramente notevole. Ho fatto l’esercizio -prima di guardare la didascalia- di indovinare se stessi guardando un capo di Elsa o un capo di Roseberry. Non è stato facile e si, un paio di volte ho sbagliato. Questo per dire che quando un artista riesce a immaginare una nuova società, un nuovo linguaggio, un nuovo modo di essere e di apparire, il suo contributo è eterno. Spero che Schiaparelli rimanga lontano per quanto possibile dai vari meccanismi economici che fagocitano un brand e lo risputano dopo poco, per passare al prossimo. L’heritage di questa maison è prezioso, antico, unico, speciale e spero che tale verrà mantenuto. Chiudo il mio racconto della mostra “Schiaparelli: Fashion Becomes Art” con una galleria di abiti che ancora sogno la notte.

Micaela Paciotti

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