Ritorno alle radici: dal nord a sud per riscoprire il proprio nido

Ritorno alle radici: dal nord a sud per riscoprire il proprio nido

“Rimpatriati”: la storia di Raffaella

Quale delle due città considero casa mia? La risposta è difficile. C’è la casa generica, quella tipica del modo di dire “torno a casa”; c’è poi la casa fisica, la struttura che diventa una parte della tua identità, del sé; quindi a un certo punto casa mia è diventata quella che ho acquistato e per il principio della parte per il tutto anche Padova è diventata casa. Però ovviamente quando parlo con le persone, certe volte con “casa mia” mi riferisco alla mia città d’origine, altre volte a quella che mi ha adottata. Vivo lo stesso senso di appartenenza a entrambe le città.

Raffaella

Raffaella è una mia amica di infanzia. Ci siamo conosciute durante la scuola primaria, quando si chiamava ancora “elementare” e non abbiamo mai smesso di frequentarci: al mattino, finché ci siamo diplomate al liceo linguistico, sia al pomeriggio, quando ci allenavamo a pallavolo. Persino la domenica mattina giocavamo insieme la partita di campionato. Poi all’università ci siamo divise: lei è andata a Padova e io a Bologna. La distanza non ci ha allontanate: nei weekend spesso abbiamo continuato a vederci prendendo i treni regionali. Con lei ho bevuto il mio primo Spritz.

Oggi mi ritrovo a intervistarla per “Rimpatriati”, perché lei, come me, quando nessuno ci avrebbe scommesso, ha deciso di tornare a casa.

Raffaella, ti va di presentarti?

Ho 39 anni e sono “rimpatriata” da un anno, da settembre dello scorso anno. In questo momento lavoro all’asilo comunale della città dove sono nata. Qui sono arrivata grazie a una domanda di mobilità e questo non è un dettaglio da poco, perché questa circostanza ha reso il trasferimento più semplice, veloce e meno pensato. Probabilmente se ci fosse stata una situazione più complicata, se avessi dovuto cercare un lavoro da zero ci avrei pensato di più. L’idea del “rimpatrio” c’era, però nel momento in cui è uscito il bando mi sono detta “o la va o la spacca, sarà il destino a decidere”.

Certo, perché con la mobilità mantieni lo stesso ruolo, la qualifica, le mansioni e l’inquadramento. Quindi hai mantenuto la stessa posizione che avevi fuori dalla città di origine.

Esatto, ho mantenuto tutte le condizioni a livello amministrativo. Quindi l’idea di tornare -nata nel 2019- si è potuta concretizzare.

Facciamo un passo indietro. Quando sei andata via dalla tua città?

Sono partita nel 2007 e sono stata via 16 anni. Mi sono trasferita a Padova per studiare. La specialistica di Psicologia che volevo frequentare era proprio a Padova. Questa è stata la motivazione palese, poi sicuramente ci sono state anche delle ragioni latenti, che – devo dire – non ho neanche approfondito più di tanto, perché poi quando ti trovi nella situazione sei impegnato a viverla. Quella dell’università da fuori sede è stata un’esperienza bellissima. Io a Padova ho fatto diversi step di crescita: prima la specialistica, poi il tirocinio, la specializzazione, il primo lavoro serio; ma anche il passaggio dallo studentato all’affitto e infine l’acquisto della casa. Tutta una serie di passaggi fatti nell’ottica di una stabilizzazione: l’acquisto della casa e il contratto nel pubblico a tempo indeterminato, per esempio.

Tutto farebbe pensare a un non ritorno…

E infatti non ci credeva nessuno che sarei tornata, neanche io! (ride ndr). Anche perché nel frattempo io mi sono costruita la mia cerchia di relazioni: i compagni di università, le colleghe.

Quali differenze hai trovato tra Padova e la tua città di origine della provincia meridionale? Quale delle due consideri “casa”? O le consideri “casa” entrambe?

La differenza principale sta nel fatto che la città d’origine rappresenta le fondamenta. Se abbiamo in mente un albero la città d’origine sono le radici e i rami sono invece le varie esperienze che una persona fa (nel mio caso sono legate a Padova, ma continuano anche adesso che sono rientrata).

Quale delle due città considero casa mia? La risposta è difficile. C’è la casa generica, quella tipica del modo di dire “torno a casa”; c’è poi la casa fisica, la struttura che diventa una parte della tua identità, del sé; quindi a un certo punto casa mia è diventata quella che ho acquistato e per il principio della parte per il tutto anche Padova è diventata casa. Però ovviamente quando parlo con le persone, certe volte con “casa mia” mi riferisco alla mia città d’origine, altre volte a quella che mi ha adottata. Vivo lo stesso senso di appartenenza a entrambe le città. A Padova ci sono stata tanti anni, ma non è solo una questione di tempo in senso stretto. In Veneto io sono cresciuta come persona.

Anche rispetto alla rete sociale sia le persone che sono a Padova, sia quelle della mia città sono fondamentali, perché fanno parte della mia storia di individuo.

Come mai nel 2019 fa capolino la “vaga”, ti cito, idea di rimpatriare?

Intanto credo che in generale venga il desiderio del cambiamento ogni tot. Poi quel periodo per me è stato un momento complesso per delle questioni legate al mio mondo affettivo, alla mia sfera più intima. Credo che volessi prendere le distanze fisicamente da quello che stava succedendo e contemporaneamente tornare in un luogo sicuro, alla base.

Posso dire però di avere avuto proprio voglia di cambiare: tornare per me non è stato tornare indietro, ma fare una nuova esperienza. Quando sono rimpatriata ho anche rivisitato il passato, mi sono riconciliata con certe cose e mi sono anche resa conto che forse nel 2007 ero andata via per allontanarmi, per prendere le distanze al fine di scoprire il mondo e costruire nuove identità.

Come è stato tornare nella città d’origine?

Intanto devo dire che nel mentre ho vissuto il cambiamento più grande e importante della mia vita: la nascita di mia figlia Ginevra. Lei è stata un cambiamento così potente che richiedeva in maniera più prepotente di tornare in un porto sicuro. Nella mia città sentivo di avere “un contenitore” in cui rifugiarmi, non ero da sola a dovere affrontare la nuova situazione. Questo è stato un elemento che mi ha convinto a fare questa scelta e ha guidato il modo in cui io vedevo la città quando sono tornata.

Anche perché quando sei andata via eri una studentessa e quando sei tornata eri mamma e professionista.

Tante parti della città non le avevo mai vissuto, al parco giochi non c’ero mai stata, tutto l’aspetto lavorativo non l’avevo mai provato sulla mia pelle. Nella mia città avevo fatto solo lavori saltuari, estivi. Ho visto il paese in modo diverso e nuovo.

Ti sei sentita accolta?

Come mamma sicuramente sì, soprattutto dalla mia famiglia, tant’è che tutt’ora sono ospite da mia madre. A Padova gestire tutto stava diventando davvero difficile. Mi sono sentita sgravata da una serie di incombenze, qui posso contare sull’aiuto dei miei parenti. Anche le mie relazioni amicali sono più facili da gestire. Le distanze sono più brevi, è più semplice condividere la mia vita con le persone che conosco da sempre.

Non nego che c’è stato però un periodo in cui ero rimpatriata col corpo ma non con la testa, perché sul lavoro tutto l’aspetto organizzativo era completamente diverso da quello del posto che avevo lasciato.

Mi sono resa conto di essere tornata al 100% recentemente, e me ne sono accorta da piccoli dettagli: in un messaggio ho scritto “il mio nido” provando un senso di appartenenza al luogo di lavoro completamente inedito. L’ho sentito “mio” quando sono riuscita a portare dentro la mia esperienza passata, quello che avevo appreso, le mie idee, i miei progetti e ho sentito la fiducia da parte della dirigenza e dell’utenza.

Decisivo è stato anche il trasloco, il fatto di svuotare la casa di Padova e di metterla in vendita, riuscendo a concepire l’idea che potesse essere di qualcun altro e non più mia.

Se dovessi fare un bilancio del rimpatrio?

Adesso che con il lavoro va meglio il bilancio è positivo. Il mio desiderio per il futuro è continuare ad apportare cambiamenti e migliorie, se così si possono chiamare, idee, progetti. Ovviamente con la collaborazione delle mie colleghe.

Vorrei anche trovare uno spazio per lavorare come psicologa. A Padova ho esercitato per poco tempo la professione, però ho continuato a fare formazione, a essere socia della scuola di specializzazione, a seguire i seminari, a scrivere libri. Vorrei anche comprare una casa e ritrovare un posto mio, sganciandomi dal famoso “contenitore” che è rappresentato da casa di mia madre e della mia famiglia: ora sono pronta ad avere uno spazio esclusivo per me e per mia figlia.

Rimpatriati è una rubrica dedicata a chi è tornato a casa e a chi vorrebbe tornare ma non ha ancora trovato il coraggio di fare la valigia. La grafica è di Marisa Tammacco.
Valeria de Bari

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