Ovunque tranne che a York

Ovunque tranne che a York

“Rimpatriati – Expat”: la storia di Manuela

Ho frequentato il liceo in Sardegna, ma già dalla quinta elementare mi ero messa in testa che da lì me ne sarei andata. Ero proprio convinta. Non sapevo cosa avrei fatto nella vita, ma sapevo che me ne sarei voluta andare. Mi annoiavo, fantasticavo un po’ sul fatto di vivere in una grande città. L’idea di andare fuori a studiare e vivere da sola mi è sempre piaciuta.

Manuela

Manuela ha una voce squillante, vivace, sicura. Mentre si racconta va avanti senza mai fermarsi per una pausa, come un treno ad alta velocità, tanto che mi risulta difficile interromperla per fare un commento su ciò che ha appena detto.

È un fiume in piena, un’esplosione di colore, uno scoppio di vita in un caldo e afoso pomeriggio estivo.

Manuela, ti va di presentarti?

Io compio 48 anni quest’estate e lavoro all’Università di Parma, in un centro e-learning dove gestisco i progetti di innovazione didattica. Questo centro servizi fa capo all’Ateneo ed è a disposizione di tutte le facoltà. Quindi in pratica noi cosa facciamo? La nostra prima attività sono i corsi a distanza e le piattaforme didattiche online, però ci occupiamo anche dei servizi multimediali dell’ateneo: video, siti web, tutto ciò che ha a che fare con la comunicazione. Abbiamo un regista, uno studio di registrazione…

Come sei arrivata a questo punto della tua vita?

Ehhhhhh (ridendo). Io sono “rimpatriata” all’università, perché sono uscita dalla finestra e rientrata dalla porta. Sono nata ad Alghero e poi sono cresciuta in un piccolo paese in provincia di Sassari. All’epoca eravamo 5.000 abitanti, adesso ce ne sono di meno perché i paesi si stanno svuotando. Ho frequentato il liceo lì, ma già dalla quinta elementare mi ero messa in testa che da lì me ne sarei andata. Ero proprio convinta. Non sapevo cosa avrei fatto nella vita, ma sapevo che me ne sarei voluta andare.

Quali erano le motivazioni che ti spingevano a pensare di andare via addirittura in quinta elementare?

Mi annoiavo, fantasticavo un po’ sul fatto di vivere in una grande città. L’idea di andare fuori a studiare e vivere da sola mi è sempre piaciuta. Finito il liceo ho detto ai miei che avrei voluto fare l’Università lontano e così ho fatto: mi sono iscritta a Parma e mi sono laureata qui in Economia aziendale. Ed è stata una scelta felicissima, qui mi sono sentita subito a casa. Mi sono trovata benissimo all’università, c’era un bell’ambiente e sono stata contentissima. Ho lavorato per un po’ all’Università, ho fatto attività di management didattico e ho dato il via alla carriera accademica.

Poi ho iniziato un dottorato in Scienze Economiche presso l’Università di Milano.

Il primo anno l’ho fatto a Milano, mentre il secondo dovevo farlo all’estero, per cui sono stata “spedita” in Inghilterra. Io avevo scelto un altro posto per fare la mia tesi di Dottorato, ovvero Zurigo dove c’è l’ambito di economia sperimentale. Qui inizialmente mi avevano accettata, ma in seguito mi hanno detto che non c’erano più posti; quindi ho ripiegato sull’Università di York, che aveva anch’essa un centro di economia sperimentale su cui potevo fare base, dove c’era un docente che poteva essere interessato alla mia tesi…Poi così non è stato, non gli interessava molto la mia tesi!

A York ho realizzato che non volevo vivere in Inghilterra e che non volevo fare la carriera accademica.

Come mai? Cosa è successo?

Io vedevo tutti gli altri ragazzi italiani ed europei, espatriati come me, che facevano ricerca e mi sembrava “una guerra tra poveri”. L’ambiente era molto competitivo: si lottava per pubblicare un articolo, per pubblicarlo con quel professore. All’epoca i posti da ricercatore erano pochissimi, per cui se il mio articolo veniva pubblicato prima del tuo aveva un punteggio migliore e nel caso di concorso si avevano più possibilità di vincere. Questa guerra a me è sembrata subito frivola, nel senso che facevo fatica a capire come un articolo delle scienze umane potesse essere considerato più importante di un altro. Ti faccio un esempio: un ricercatore di medicina scrive un articolo in cui individua una proteina che cura una malattia molto grave. Chiaramente la comunità scientifica si stringe attorno a quell’articolo, lo analizza ai raggi x, controlla in tutti i modi che gli studi siano fatti correttamente e alla fine l’articolo viene pubblicato e ha, giustamente, una sua rilevanza.

Ma nel campo delle scienze umane spesso gli articoli espongono teorie. Se io ho scritto un articolo in maniera corretta, con metodologia giusta, con tutti i sistemi richiesti dal giornale a cui l’ho inviato per pubblicazione per quale motivo poi, dopo la loro revisione, mi può arrivare la risposta “il suo articolo non ci interessa”? Per me questo era insopportabile, in quanto la carriera era connessa alle pubblicazioni. Io non ero una che potesse vivere bene il fatto che la mia vita dipendesse da qualcosa che non potessi controllare fino in fondo.

C’era un circolo vizioso: se sei giovane fai fatica a pubblicare, ma finché non pubblichi continui ad essere “un giovane che non pubblica”. Un articolo mi è stato rimbalzato 30-35 volte. Poi magari non era così interessante, ma non era un articolo su una cura per il cancro. Si trattava un articolo che riportava una teoria di economia sperimentale, quindi a un certo punto da qualche parte si poteva pure pubblicare. O non ho capito io quel mondo lì o il mondo della ricerca non faceva decisamente per me.

E York invece perché non faceva per te?

York l’ho detestata perché pur essendo un luogo pittoresco, dopo qualche giorno ti annoia. Mi è sembrato un posto dove il 99% delle persone hanno votato la Brexit, pieno di Scrooge, di anziani attaccati alle loro tradizioni e molto poco moderno. Poi magari l’ho interpretato male io.

Gli ambienti che frequentavo erano questi dell’Università dove c’erano ricercatori come me che venivano da altri Paesi e non mi sono trovata bene. Io abitavo con una ragazza italiana, bravissima, che studiava dalla mattina a notte inoltrata. Il suo obiettivo era rimanere lì e infatti ha fatto carriera ed è rimasta lì.

Inoltre mi sono ritrovata a seguire dei corsi che avevo già frequentato in Italia e mi annoiavo. Non venivo neanche tanto seguita dal professore, che nel frattempo mi aveva detto che il mio argomento di ricerca non gli interessava ma che potevo andare avanti. Ero seguita fondamentalmente dai professori che erano in Italia. Mi è sembrato totalmente inutile rimanere lì.

Poi a York si mangiava male.

Cosa si mangiava?

Facevo la spesa al supermercato ma era tutto insipido. I pomodori non avevano sapore, non c’era neanche il gusto di cucinare. La cucina inglese penso che sia tra le cucine peggiori che io abbia provato e sono stata anche in Nicaragua (dove si dice che non ci sia niente da mangiare). Non lo so, non mi sono trovata bene. Io e York abbiamo vissuto un brutto rapporto, però magari se mi avessero mandata a fare il dottorato a Londra sarei stata felicissima. Mia madre ancora oggi si stupisce quando racconto questi episodi, perché io sono una che ama viaggiare e mi sono piaciuti tutti i posti dove sono stata tranne York: è una cosa incredibile!

Probabilmente c’è stata una serie di concause che hanno creato questo sentimento di ostilità

Eh sì. Uno di questi elementi era che io mi ero sposata da poco e mio marito era rimasto a Parma.

Come è stato vivere a distanza?

Terribile, terribile. I primi mesi di matrimonio sei innamoratissima, non vedi l’ora di avere la tua casa, i tuoi spazi, le tue cose… Ci pensavo in tutti i momenti. Poi è chiaro che quando andavo all’università seguivo le lezioni, studiavo e facevo il mio, però mi sentivo proprio in prestito. Mentre stavo lì e passavano i giorni diventava sempre più chiaro nella mia testa che stavo facendo il sacrificio di stare lontana da mio marito per niente, perché mi rendevo conto che la carriera accademica non era più il mio obiettivo di vita. Non mi piaceva ed era proprio un’attività lontana dal mio modo di essere e dalle mie aspirazioni.

E lì non sei riuscita a costruire amicizie?

No, neanche una! Erano rapporti superficiali. Andavi a qualche festa, facevi due chiacchiere e finiva lì. Gli argomenti erano sempre gli stessi: “Ciao e tu che cosa tratti nella tua tesi? Di cosa ti occupi? Cosa hai pubblicato?”.

Ve la cantavate e suonavate H24!

Esattamente. A me piace tantissimo il mio lavoro e non potrei vivere senza, però poi quando c’è il momento di svagarsi mi piace anche parlare d’altro, perché sennò non stacchi mai.

Quando hai deciso di rientrare a casa?

Io e mio marito eravamo sposati da un anno e mezzo e io ho detto “proviamo subito ad avere un bambino”. Finché ero a Parma serena e tranquilla non c’era stato verso, dopo sei mesi che ero a York sono rimasta incinta, in un periodo di pieno stress. Ancora oggi mi dicono “tu l’hai fatto apposta! Sei riuscita a rimanere incinta pur di tornare”. Infatti io poi sono rientrata prima. Ho detto ai miei prof. di Milano “io i sei mesi obbligatori all’estero li ho fatti, ma la gravidanza la faccio in Italia anche perché anziché prendere peso sto dimagrendo”. Quindi sono tornata a Parma, ho finito il dottorato con i docenti di Milano e poi ho fatto anche un po’ di carriera accademica a Parma con degli assegni di ricerca, però mi sono accorta che non era il mio, sono uscita dall’Università e ho fondato una start-up con dei colleghi torinesi e romani. Ci occupavamo di prediction markets soprattutto nell’ambito del cinema: cercavamo di prevedere il risultato con la gamification, ovvero con giochi sociali.

Facevate quindi previsioni sui risultati dei film al botteghino?

Esattamente, guardando alcune variabili e soprattutto tramite un gioco in cui tu chiedevi di comprare ai giocatori otto titoli che uscivano al cinema in determinate date a un certo prezzo, conoscendo il genere, il regista, gli attori, etc, etc. Ogni giocatore componeva una “squadra di film”. Noi raccoglievamo i dati e sulla base dei film più scelti facevamo delle stime.

Nel frattempo ho scoperto cosa mi piaceva fare nella vita, ovvero il project management. Ho vinto il concorso dell’Università di Parma per lavorare dentro questo centro e-learning e faccio la project manager per la formazione.

Quale posto tu consideri casa tua?

Parma è casa mia, perché sono più gli anni che ho passato qua di quelli che ho passato in Sardegna. Parma è una città accogliente, qui ci sono tutti i miei amici che ho conosciuto nella vita adulta. Io sono cresciuta come persona qui a Parma ed è stata una crescita irripetibile.

Da quando mio figlio è diventato grande non ti nego però che guardo la Sardegna come una possibile futura casa: le radici le sento, mi sento sarda.

Rimpatriati è una rubrica dedicata a chi è tornato a casa e a chi vorrebbe tornare ma non ha ancora trovato il coraggio di fare la valigia. La grafica è di Marisa Tammacco.

Valeria de Bari

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