Una famiglia dal Nord-Est alla Puglia
“Rimpatriati”: la storia di Mariella
Quando mio padre ha iniziato a stare poco bene io ero ancora a Pordenone e non mi sentivo in diritto di esprimere il mio parere e di partecipare alle decisioni, perché distante e impossibilitata ad aiutare concretamente. In Friuli avevo sempre l’impressione che mi stavo perdendo un pezzo importante della mia storia familiare.
Mariella
Mariella ha una voce squillante ed è una chiacchierona. In questa intervista racconta se stessa e la storia della sua famiglia che ha vissuto due realtà completamente diverse, quella del Nord-est e quella di Terlizzi, un paese interno della provincia di Bari.
Non è mai facile trasferirsi, neanche singolarmente; figuriamoci con tutto il nucleo familiare.
Ti va di presentarti?
Io mi chiamo Maria, ma tutti mi conoscono come Mariella. Ho 56 anni e sono originaria di Terlizzi, un paese in provincia di Bari che ho lasciato il 21 giugno del 1998, dopo essermi sposata. Giuseppe, mio marito, lavorava in prefettura a Pordenone dal 1994.
Ci eravamo conosciuti in parrocchia, quando avevamo 16-17 anni e negli ultimi anni vivevamo una storia d’amore a distanza.
Come è andato il trasferimento a Pordenone?
Io conoscevo la realtà friulana molto poco, perché ero stata lì qualche volta per poco tempo. Essendo anche giugno i primi mesi è stata dura: il paese d’estate si era svuotato. Passavo le mie mattinate a non fare nulla, mentre Giuseppe lavorava. Ero completamente isolata e senza punti di riferimento. Inizialmente non avevo amici, anche se durante il corso prematrimoniale a Terlizzi avevamo conosciuto una coppia che viveva in Friuli-Venezia-Giulia e che abbiamo ritrovato dopo il trasferimento.
Un tardo pomeriggio hanno suonato al campanello di casa e da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci.
Non vi eravate accordati per incontrarvi? Non c’erano i cellulari?
I cellulari esistevano ma erano poco diffusi. Pensa che Giuseppe per chiamarmi andava alla cabina telefonica.
Quindi questa coppia conosceva il vostro indirizzo e vi ha fatto una sorpresa?
Sì. Io avevo dato l’indirizzo durante il corso prematrimoniale ma pensavo che la cosa finisse lì. Mai avrei pensato di trovarli davanti alla mia porta: è stata una piacevole sorpresa. A Pordenone c’erano tante caserme, quindi la città era abitata da molti meridionali tra cui c’erano alcuni terlizzesi, come un’amica di mia sorella con cui ho trascorso le mie mattinate estive.
Mi sono poi avvicinata a una parrocchia vicino casa dove c’erano i gruppi ACR (azione cattolica ragazzi ndr). Considera che a Terlizzi ero stata anche responsabile diocesana dell’ACR.
Pordenone era un mondo diverso rispetto a Terlizzi, con ritmi e modi di vedere e di pensare differenti.
E non mi riferisco alla presunta “freddezza” dei settentrionali, perché nella mia esperienza nel nord-est non ho riscontrato questa mancanza di calore e di accoglienza. Io sono rimasta lì venti anni e se inizialmente sono diffidenti, quando ti conoscono ti danno anima e corpo.
Poi quando hai iniziato a lavorare?
Avevo fatto un concorso nel 1997 per lavorare nei nidi e avendolo superato sono entrata in graduatoria. Sulla mia domanda avevo però lasciato tutti i riferimenti di Terlizzi. A Giuseppe avevo anche chiesto se secondo lui avessi dovuto comunicare il cambio di domicilio (la residenza l’ho cambiata solo nel 2003 quando è nato il mio primo figlio). Mio marito mi aveva risposto: “ma figurati se ti chiamano, sei 53esima”. Invece da lì a due giorni mi hanno telefonato: “Lei è disponibile per una supplenza dal 3 al 7 luglio?”. Io pensavo fosse uno scherzo, ho chiamato Giuseppe e gli ho detto “Siete stati voi a farmi lo scherzo?”. Invece era tutto vero. Ho chiamato a casa di mamma e mia sorella Gabriella mi ha detto che era stata lei a dare il mio numero di telefono di Pordenone al comune.
Da allora ho iniziato a lavorare al nido di Treviso e mi sono approcciata a questa attività per la prima volta. Io ho la maturità magistrale, quindi ero orientata all’insegnamento nelle scuole dell’infanzia. In ogni caso mi sono sempre guardata attorno a 360 gradi (anni prima avevo lavorato in un centro di smistamento della poste a Milano).
Le mie colleghe mi dicevano che, nonostante fossi alla mia prima esperienza, questo era un lavoro fatto per me. Devi stare sempre sul pezzo, non ti puoi distrarre, devi avere la capacità di prevedere le azioni dei bambini e devi collaborare con la tua equipe per evitare le situazioni di pericolo.
Mi sono sentita da subito gratificata e invogliata a proseguire il mio percorso in questa professione. Ho fatto tanti concorsi in Friuli, Veneto, Piemonte, Lombardia. Ho iniziato così una supplenza annuale a Castel Goffredo in provincia di Mantova. Anche qui sono stata accolta da colleghe e famiglie.
Poi a maggio 2001 ho fatto il concorso nel comune di Cordenons. Sono risultata idonea non vincitrice ed ero al settimo posto della graduatoria. La coordinatrice di quel nido non era benvoluta perché assumeva dei comportamenti poco consoni al suo ruolo. Molte colleghe si erano spostate in altre strutture, quindi nel giro di un anno hanno assunto tutti quelli che erano in graduatoria.
Quindi sei entrata di ruolo.
Esattamente. Il venerdì ho scoperto di aspettare un bimbo e il lunedì mi è arrivato il telegramma di assunzione a tempo indeterminato.
Mandavano il telegramma...
Un sabato di luglio è arrivato il telegramma. Noi non eravamo a casa, quindi l’abbiamo ritirato il lunedì alle 15. Entro le 17 avrei dovuto dare una risposta. Ho fatto una lotta contro il tempo per dare questa risposta sia tramite raccomandata sia di persona al comune. Così è iniziata la mia avventura lavorativa al nido di Cordenons dove sono rimasta fino al 2019.
Nel frattempo tu e Giuseppe avete creato la vostra famiglia?
Sì sono arrivati due figli: prima Vito Emanuele a marzo 2003 e poi Luca ad agosto del 2006. Loro sono cresciuti in Friuli. Da un lato è stato complicato perché io e Giuseppe eravamo da soli, però si è creata una rete tra mamme molto preziosa. Inoltre i servizi alle famiglie funzionavano benissimo: i nidi comunali erano aperti fino alle 17-17:30, mentre i nidi privati fino alle 21. Questi orari mi hanno permesso di continuare a lavorare. È stato comunque faticoso, anche perché nel primo periodo Giuseppe era in missione. L’aiuto delle altre mamme è stato fondamentale, il “mutuo soccorso” come mi piace chiamarlo.
Avresti mai pensato di tornare a Terlizzi?
Rimpatriare è sempre stato un obiettivo. Ecco perché ho cambiato la residenza soltanto nel 2003. Nel 2002 avevamo anche acquistato una casa piccolina, perché c’è sempre stata l’idea di tornare a Terlizzi.
Nonostante il tempo passasse e stessimo bene a Pordenone la voglia di rientrare in Puglia c’era. Ci sono stati diversi tentativi da parte nostra. Io ho fatto varie domande di mobilità. Nel 2002 avevo avuto un’offerta da un nido di Bari a metà dell’anno educativo che non si è concretizzata perché la mia responsabile mi ha dato picche, non mi ha concesso il nullaosta. A dicembre 2004 ho ricevuto una telefonata sempre dal comune di Bari che mi chiedeva se fossi disponibile a entrare in servizio il primo di Gennaio. Siamo rimasti spiazzati e ho rifiutato quell’offerta, anche perché Giuseppe aveva degli incarichi di una certa rilevanza a Pordenone. Inoltre avendo avuto già un rifiuto due anni prima dalla mia responsabile avevo capito l’andazzo.
Nel frattempo i miei figli crescevano, hanno iniziato a fare sport e noi abbiamo fatto amicizia con i genitori dei loro compagni di squadra. Iniziavamo a sentirci a casa a Pordenone, dove siamo cresciuti dal punto di vista personale, sociale, professionale.
A giugno del 2016 mi ha contattata il comune di Andria, dove avevo fatto domanda di mobilità nel 2005. Trascorriamo l’estate a chiederci “partiamo o non partiamo?”. I ragazzi erano felicissimi all’idea di trasferirsi e abbiamo deciso per il sì (Luca doveva fare la quinta elementare, mentre Vito la terza media). Senonché Giuseppe è entrato in crisi e abbiamo annullato tutto. Sono ritornata a lavorare nel nido di Cordenons. Giuseppe era molto legato alle terre che aveva ereditato da suo padre, sentiva tanto il legame con la sua terra in senso stretto e in senso lato. Nonostante ciò è entrato in crisi. I ragazzi hanno sofferto molto.
E poi quando siete tornati?
A ottobre del 2018 lui ha iniziato a guardare di nuovo le mobilità nella provincia di Bari e si è presentata una nuova occasione per me. Io però gli ho detto “io faccio domanda se e solo se questa volta sei sicuro di tornare”. Giuseppe mi ha detto di essere convinto e io esasperata ho fatto domanda.
La richiesta è andata a buon fine e questa volta siamo tornati davvero, a luglio 2019. Giuseppe ha avuto “un comando” dalla prefettura di Barletta e qualche mese dopo è tornato anche lui.
Come è stato il rientro?
Inizialmente è andato tutto bene, perché anche i ragazzi avevano voglia di vivere la famiglia tutto l’anno (non soltanto durante le festività). Ci siamo messi alla ricerca di una casa (nel frattempo ci siamo appoggiati a casa dei miei, anche se per mio padre che soffriva di Alzheimer è stato complicato, perché ha perso i suoi schemi). Vito e Luca hanno iniziato tranquillamente la scuola (il liceo linguistico e la scuola media). Luca ha dovuto fare un esonero in lingua francese, perché nella scuola che frequentava a Pordenone faceva “inglese potenziato” e non aveva una seconda lingua. Con l’aiuto di Vito è riuscito comunque a colmare questo gap.
A un certo punto però Vito è entrato in crisi: si lamentava del fatto che le uscite con gli amici si limitassero allo stazionare dentro un bar, gli dava fastidio cenare tardi, in generale non si sentiva a suo agio. Si è chiuso a riccio, si è isolato nella lettura. Poi ad Agosto 2020 ha avuto un pneumotorace ed è stato ricoverato (a causa del Covid è stato completamente solo) e questo è stato un evento traumatico. Addirittura non voleva finire il quinto anno del liceo (si commuove ndr). A nostra insaputa ha iniziato a guardare le facoltà a Strasburgo e alla fine ha frequentato lì il primo anno dell’Università. Ora è a Bologna e torna a Terlizzi per le feste.
Luca avendo fatto calcio si è fatto subito dei nuovi amici e si è integrato bene, ha trovato la sua dimensione anche se ogni tanto fa qualche battutina. A sua cugina ha confessato che a Pordenone non tornerebbe.
Oggi puoi dirti felice della scelta fatta? Il bilancio è positivo?
Dal punto di vista professionale no, perché nella realtà in cui lavoro oggi la “visione del bambino” è diversa. Qui è tutto più complicato: facciamo le cose per apparire e ci perdiamo l’essenziale. Mi sembra di aver fatto dei passi indietro anziché in avanti.
Anche i rapporti familiari al sud sono più appiccicosi. Andare a fare visita ai propri genitori è quasi un obbligo giornaliero, anziché un piacere.
Ad ogni modo io non mi sono mai pentita di essere tornata, perché essendo qui ho potuto vivere dei momenti familiari critici ma fondamentali. Per esempio quando mio padre ha iniziato a stare poco bene io ero ancora a Pordenone e non mi sentivo in diritto di esprimere il mio parere e di partecipare alle decisioni, perché distante e impossibilitata ad aiutare concretamente. In Friuli avevo sempre l’impressione che mi stavo perdendo un pezzo importante della mia storia familiare.
Inoltre tornando ci siamo messi alla prova, abbiamo scoperto di avere nuove risorse, abbiamo avuto soprattutto l’opportunità di mettere in relazione mondi diversi.
Valeria de Bari
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