”Tempo perso in paradiso”: l’intenso libro di esordio di Veronica Rossi

”Tempo perso in paradiso”: l’intenso libro di esordio di Veronica Rossi

Si dice che l’infanzia sia legata ai profumi.
Chissà che profumo avrebbe avuto la vostra, d’infanzia.
La mia sapeva di crema per le mani che mia madre si metteva prima di andare a letto, di zampirone d’estate per scacciare le zanzare, di caffè sempre troppo caldo.
Chissà se la vostra età della fanciullezza avrebbe avuto un odore.

Veronica Rossi, Tempo perso in paradiso

Io e Veronica Rossi, l’autrice di “Tempo perso in paradiso” ci siamo conosciute un’estate di molti anni fa in un open space di via Tortona, a Milano, dove diverse redazioni televisive condividevano lo spazio e l’aria condizionata.
Poi ci siamo perse di vista.
Qualche settimana fa Veronica mi ha scritto su Messenger per avvisarmi che il suo libro, una storia autobiografica, è disponibile su Amazon.
Non me lo sono fatta ripetere due volte: ho acquistato “Tempo perso in paradiso” e l’ho letto con parsimonia, una manciata di pagine per volta, perché mi sono spesso sentita sopraffatta dalle emozioni: amore, tristezza, rabbia, frustrazione, dolore.


La recensione


“Tempo perso in paradiso” parla di una mamma, Veronica, che sopravvive ai suoi figli: due gemelli.
Il cuore di Giacomo si è fermato pochi istanti dopo la nascita, mentre Filippo si è aggrappato disperatamente alla sua piccola vita per trentasei ore prima di raggiungere il suo fratellino.
Una storia tragica, di quelle a cui non ci si crede. Siamo tutte e tutti abituati a una narrazione precisa della gravidanza come dolce attesa. Non sentiamo mai storie di gravidanze che finiscono a causa di morte in utero o di parti che terminano con un bambino che non respira più.
Queste vicende rimangono chiuse nei reparti di ostetricia (dove sono ricoverate donne da monitorare perché i loro pancioni sono a rischio), nelle sale parto e nelle Tin (terapie intensive neonatali).
Tempo perso in paradiso” è un libro toccante, commovente, denso, intenso.
In un flusso di coscienza, con balzi temporali, l’autrice rende il lettore partecipe del suo sentire, del suo pensiero e del suo immenso dolore. Sembra quasi una lettera in cui Veronica Rossi conversa con se stessa e con i suoi figli, ai quali pone innumerevoli domande su ciò che sarebbe potuto essere se non fossero scomparsi il 16 settembre.

L’opera di esordio di Veronica Rossi è semplicemente totalizzante e la sua lettura è consigliata.
E se le mie parole non vi avessero convinti potete leggere di seguito l’intervista all’autrice.

L’intervista


Come hai scelto il titolo del libro? C’erano alternative in lizza? Tipo “noi siamo tre” che è un titolo parlante oppure “i cammelli si nutrono di solitudine” che è il classico titolo accattivante ma slegato dalla storia?  

Tempo perso in Paradiso è sempre stato per me l’unico titolo possibile. 

Per tanto tempo mi sono sentita come se vivessi in un tempo sospeso: quello della (dolce) attesa prima, quello (immobile) del lutto poi. 

Il tempo sospeso è stato l’unico in cui Giacomo e Filippo sono stati. 

Perso perché non sono qui, perché ci siamo persi, perché mi sono persa e perché, più semplicemente, non è andata come doveva.

Paradiso: non ha nessun significato religioso. Semplicemente, indica qualcosa di bello. Vuole indicare i momenti che abbiamo vissuto insieme anche se vissuti tutti (quasi) solo nel mondo dentro.

Nel libro racconti che gli altri ti vedono come un’aliena. Cosa te lo ha fatto pensare? Ti vedi davvero così? Io ti vedo come un essere umano che ha vissuto una tragedia (ha ragione Silvia, la tua amica) che non potrà mai dimenticare.

Credo  sia contro ogni logica pensare che due neonati possano morire di parto oggi a Milano. 

Proviamo a pensare: e se questi figli fossero i miei? Se fosse stato il mio utero a rompersi, a scaraventarli fuori dal loro nido e a privarli di ossigeno? 

Questo fa di me un‘aliena (o una persona a cui è andata veramente di sfiga): il fatto di essere sopravvissuta a loro e di non aver potuto fare nulla per proteggerli.

“A otto mesi di gravidanza si dovrebbe solo partorire” è un’idea condivisibile, che abbiamo avuto tutte. Siamo state un po’ ingannate dalla classica narrazione della gravidanza come “dolce” attesa. Io trovo che la tua esperienza possa essere un monito per tante donne a restare coi piedi per terra. Era questo l’obiettivo del libro? 

Vivo in una grande città, ho partorito in uno degli ospedali più qualificati d’Italia eppure…

Eppure nessuno mi ha mai spiegato che a volte le cose possono andare male, male per davvero intendo.

C’è questa idea che la medicina possa arrivare dove la natura non arriva, non sempre questo è possibile.

Nessuno mi ha mai parlato di uteri che esplodono o di piccoli cuori che si fermano dopo la nascita. 

Nessuno mi ha parlato di bambini che puoi prendere in braccio dopo la loro morte.

Nessuno ti dice che avrai un post – parto  anche se non c’è un neonato da accudire. Nessuno viene a raccontarti che il tuo corpo può produrre latte dopo mesi dal parto solo sentendo il pianto di un bambino che non è il tuo. 

Lo so, nessuna futura madre vorrebbe sentirselo dire. 

Ma forse esistono donne che vogliono essere messe davanti alla condizione di poter scegliere di sapere cosa succede quando ti succede?

Oggi a più di un anno da quel 16 settembre come ti senti? E come stanno Margherita e Giamma?

Siamo sopravvissuti a una tempesta. 

Quando ho perso i miei bambini ho creduto che avrei perso anche la mia famiglia (dimezzata). Non è stato facile restare uniti e, per tanto tempo, forse non l’ho nemmeno voluto. Ma Giamma sì, lui lo voleva. Lui si è sentito vincitore (solo) per il fatto che noi tre fossimo ancora un noi. 

Se oggi siamo ancora insieme lo devo a Giamma che ha cercato di tenere i pezzi insieme. 

Se oggi ho ripreso a condurre una vita normale lo devo a Margherita che ha bisogno della sua mamma.

C’è sicuramente più serenità dentro di me adesso, ma resta la sensazione (anche dopo una giornata bellissima) che mi manchi sempre qualcosa. All’inizio vivevo proprio la costante sensazione di essermi dimenticata le chiavi o la borsa da qualche parte. Eppure non avevo scordato nulla, non avevo perso niente.

Adesso so che non sono le chiavi a mancarmi, non ho perso la borsa e so anche che quella sensazione non potrà mai lasciarmi.

Come è nata l’idea di scrivere il libro? Doveva avere un intento terapeutico? 

La sera che ho perso i miei bambini, ho scritto a entrambi una lettera. Da quel momento, ho sempre scritto loro, tutti i giorni. 

Ho raccontato a Giacomo e Filippo le mie giornate (che all’inizio erano bruttissime), ho detto loro della fatica che provavo ad alzarmi dal letto, dei sorrisi (finti) che facevo a Margherita perchè non si preoccupasse per la sua mamma. Ma ho anche raccontato delle nostre vite, di quello che avremmo dovuto fare insieme e di quello che in qualche modo abbiamo continuato a fare. 

Scrivere è stato un mezzo per sentirmi, inizialmente, più vicina a loro. 

Ho deciso poi di trasformare tutto questo in un libro: è stato l’unico modo che ho trovato per renderli reali.

Nella mia idea romantica della vita Filippo e Giacomo ti hanno in qualche modo permesso di realizzare il tuo sogno di diventare scrittrice. Hai in mente qualche idea per il secondo libro? 

Filippo e Giacomo mi hanno sicuramente cambiata, hanno cambiato il mio modo di pensare e di approcciarmi al quotidiano. Hanno cambiato il mio modo di essere mamma. Dopo la loro morte ho deciso di prendermi del tempo,un tempo solo nostro, anche se loro non c’erano più. 

Ho cercato di dedicarmi solo a cose che mi facessero stare bene e tra queste c’è stata la scrittura. 

Sicuramente vorrei dare una possibilità a questa mia passione, anche se non ho mai creduto di esserne capace davvero. 

Ancora non c’è un progetto, ma continuo a scrivere lettere d’amore alle mie stelline.

a cura di Valeria de Bari

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