La lunga strada per l’insegnamento

La lunga strada per l’insegnamento

“Rimpatriati”: la storia di Elisa

Il mio obiettivo è diventare insegnante, infatti nel corso degli anni ho recuperato i crediti necessari per poter accedere alla mia classe di concorso e mi sono iscritta alle GPS. Tuttavia la strada per l’insegnamento è complicata e dispendiosa. Hanno cambiato recentemente di nuovo le regole e ora è necessario prendere l’abilitazione che costa 2500 euro.

Elisa

Elisa è una donna acculturata, curiosa, sempre alla ricerca di eventi culturali, mostre, concerti, film d’essai. Vorrebbe diventare insegnante e, nel corso degli anni, ha seguito tutti gli step per potersi avvicinare a questa professione. Tuttavia al momento non ha ancora raggiunto il suo obiettivo.

Elisa vorresti presentarti?

Mi chiamo Elisa, ho 38 anni e attualmente sono disoccupata. Sono in un momento della mia vita particolare, perché sto cercando di intraprendere un percorso da diverso tempo ma gli ostacoli sono vari. La strada per l’insegnamento è veramente lunga e tortuosa.

Facciamo un passo indietro. Quando sei andata via dalla tua terra e perché?

Ho lasciato la mia città del sud d’Italia a gennaio del 2009 per motivi di studio. Mi sono trasferita a Bologna per frequentare una specialistica della facoltà di Lettere: Cinema, televisione e produzione multimediale. Avevo 23 anni, mi ero appena laureata in Scienze della comunicazione a Bari e volevo continuare la mia strada in una città che pensavo potesse offrirmi la migliore formazione del settore possibile.

Come hai trovato Bologna?

Era un paradiso per una ventitreenne. Io ero alla ricerca di cose in generale, morivo dalla voglia di scoprire il mondo e Bologna offriva di tutto a livello sociale, culturale e di vita. Bologna dava la possibilità di fare nuove amicizie e di avere continui scambi interculturali. Frequentavo persone che non provenivano dalla mia città ma neanche dalla mia regione. Era tutto bello a Bologna da questo punto di vista.

E dal punto di vista dell’Università?

Dal punto di vista dell’Università ingenuamente mi aspettavo qualcosa in più: ero convinta che in un corso di laurea specialistica si facesse più pratica, per esempio, e così non è stato.

C’è stato un cambiamento vistoso nel tuo modo di vivere trasferendoti a Bologna?

Rispetto ai due anni precedenti alla partenza non c’è stato un enorme cambiamento. Sicuramente ci sono state delle differenze dovute proprio alle peculiarità di Bologna, però io ero già diventata una persona più curiosa. Con le mie amiche cercavamo spazi culturali, andavamo in giro per trovare eventi più “underground”, non eravamo delle persone statiche.

A questo aggiungi il fatto che io avevo già fatto un’esperienza fuori, un Erasmus a Parigi, quindi per me non era una novità assoluta andare a vivere da sola conquistando uno spazio che fosse tutto mio. Parigi è stata la mia prima volta, a Bologna mi sentivo più “preparata”. Per esempio sapevo “cucinare”. Posto che in cucina non si smette mai di imparare, diciamo che sapevo fare le cose più basiche: cuocere la pasta, riscaldare la passata di pomodoro (ride ndr), preparare dei rustici.

A Bologna sei andata a vivere da sola?

No, no, no. Ho cercato un posto-letto in una casa con altri ragazzi, come fanno tutti gli studenti fuori sede. A Bologna viveva già da un anno una mia amica, ma nella sua casa non c’era posto, quindi mi sono “appoggiata” da lei e sono andata in cerca di alloggio. In quel momento si andavano a consultare gli annunci direttamente in facoltà, si staccava il bigliettino con il numero di telefono e si contattava l’offerente. Sono andata a vivere in un appartamento con altri quattro ragazzi: tre pugliesi e un’americana, Kelly, con cui ho condiviso una doppia. All’epoca ero giovane e paziente (ride ndr), quindi, nonostante la mia compagna di stanza non fosse proprio ordinatissima, anzi era disordinata ai limiti del socialmente accettabile, mi sono adattata alla situazione. Lei poi era molto molto molto carina, siamo diventate amiche e una cosa compensava l’altra.

Vivevi in un appartamento spagnolo?

No gli appartamenti spagnoli veri e propri li ho vissuti successivamente come ospite e inquilina. A casa rispettavamo i turni di pulizia e ci rispettavamo vicendevolmente.

Quanti anni sei rimasta a Bologna?

Quattro abbondanti, fino al 2013. Ho deciso di tornare nella mia città di origine, perché non era un bel momento per me, stavo vivendo una situazione di malessere per cui ho sentito che era arrivato il tempo di lasciare Bologna. Non stavo più bene con me stessa, le cose all’università non procedevano. Il problema non era Bologna – la città mi è sempre piaciuta – ma ho realizzato che dovevo tornare.

Com’è stato tornare?

Nell’ultimo periodo io tornavo a casa abbastanza spesso. Mentre i primi tempi rientravo solo in occasione delle feste comandate, ultimamente tornavo spesso quindi non ho vissuto un brusco distacco da Bologna. Non c’è stata sorpresa, né shock, né un forte disagio.

Neanche tornare a casa di tua madre è stato “traumatico”?

Assolutamente no.

L’unica differenza lampante che ho subito notato trasferendomi qui è che effettivamente non avevo più il “piatto pronto”. A Bologna essendoci disponibilità di qualsiasi cosa non avevo il problema di dover cercare. Faccio sempre l’esempio della biblioteca: se avevi bisogno di un libro il giorno dopo ce l’avevi. Le biblioteche sono tante e il sistema bibliotecario funziona bene, quindi la disponibilità dei testi era pressoché immediata. Qui ho riscontrato delle difficoltà e mi sono dovuta dare da fare. Sembra banale ma per me la questione “Biblioteca” riassume bene la differenza tra i due mondi.

Poi per carità io ho subito scoperto che la mia zona negli ultimi anni è migliorata dal punto di vista dell’offerta di opportunità, eventi e situazioni anche culturali. Le cose ci sono. Nel corso degli ultimi anni per esempio sono andata a vedere le mostra di Letizia Battaglia, Erwitt, Toulouse-Lautrec, il WordPress Photo, Chagalle, Oliviero Toscani. Tutto sommato male male non si sta.

Un discorso diverso invece andrebbe fatto per il settore lavorativo. Quello è un altro mondo: gli stipendi, i diritti dei lavoratori, le opportunità sono un tasto dolente.

Quando sei tornata sei riuscita a trovare lavoro?

Appena tornata ho subito cercato lavoro. L’Università per me era un capitolo concluso per il momento. Faccio una piccola premessa: io a Bologna studiavo e lavoravo. Avevo cominciato il tirocinio universitario, quello che devi fare obbligatoriamente per conseguire la laurea, in un’agenzia di organizzazione di eventi culturali. Lavoravo in ufficio, gestivo le prenotazioni, gli eventi, facevo a volte anche public relations e l’hostess.

La prima commessa di cui mi sono occupata erano le visite guidate al cantiere di San Petronio. In quel momento stavano restaurando la chiesa quindi la gente, salendo sulle impalcature del cantiere, aveva la possibilità di guardare da vicino le lunette dei portali. È stata una bella esperienza, ho un bel ricordo. Si trattava ad ogni modo di un lavoro affine ai miei studi.

Quando sono tornata ho cercato lavoro in agenzia. Ho mandato una marea di curricula, ma non ho ricevuto nessuna offerta.

Pensa che il primo lavoro che è trovato è stato in un panificio, dove sono rimasta solo per due settimane. Ho mollato perché avevano un modo di comportarsi e di esprimersi insopportabile e allucinante. Una volta mi è stato detto: “Tu non devi rispondere perché sei più piccola“, oppure “il titolare ha sempre ragione“.

Successivamente sono stata assunta da un’agenzia che offriva servizi energetici. Avevo un contratto full time (45 ore a settimana), da lunedì al sabato, con una paga di 450 euro al mese. Io ero tornata perché, ripeto, avevo un malessere, quindi avevo bisogno di rimettermi in gioco in qualche modo, quindi ho accettato anche perché mi avevano assicurato che col tempo le cose sarebbero cambiate.

Qui sono rimasta per due anni e mezzo.

E le cose sono veramente cambiate?

Ovviamente no! Dopo qualche mese ho chiesto che mi venisse aumentato lo stipendio. In alternativa avrebbero dovuto diminuirmi le ore in modo tale da permettermi di trovare un altro lavoro, perché con 450 euro al mese non si vive. Morale della favola? Mi hanno dato un aumento di 50 euro.

Certo, perché con 500 euro al mese si vive benissimo! Ecco perché urge una legge sul salario minimo.

Io sono andata via alla fine, avviando anche un’azione legale.

Ora quali sono le tue aspettative sul futuro? Rimarresti ancora qui nonostante tutto?

Ormai sono tornata da circa dieci anni. Nel frattempo mi sono iscritta di nuovo all’Università e mi sono laureata anche in Magistrale. Ho fatto altri lavori precari, mal pagati, con contratti a chiamata.

Il mio obiettivo è diventare insegnante, infatti nel corso degli anni ho recuperato i crediti necessari per poter accedere alla mia classe di concorso e mi sono iscritta alle GPS. Tuttavia la strada per l’insegnamento è complicata e dispendiosa. Hanno cambiato recentemente di nuovo le regole e ora è necessario prendere l’abilitazione che costa 2500 euro. In più al sud non ci sono tanti posti liberi. Io non vorrei andare via ma sono consapevole che potrei dovermene andare. Infatti mi sono iscritta alle Graduatorie della provincia di Venezia, per avere più possibilità di essere contattata per delle supplenze.

In questo momento la mia vita è in stand-by.

Rimpatriati è una rubrica dedicata a chi è tornato a casa e a chi vorrebbe tornare ma non ha ancora trovato il coraggio di fare la valigia. La grafica è di Marisa Tammacco.
Valeria de Bari

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