La felicità non è su un rooftop a Londra

La felicità non è su un rooftop a Londra

“Rimpatriati – Expat”: la storia di Patrizia

Ho provato a restare, a cercare la felicità: mi sono concessa alcuni lussi. Tuttavia dovunque mi trovassi e con chiunque fossi non ero soddisfatta. Potevo essere con la compagnia ideale nel ristorante migliore o a bere un drink su un rooftop con vista spettacolare non ero contenta, non mi sentivo appagata: ero triste.

Patrizia

C’è solo un aggettivo che possa descrivere a pieno l’aspetto fisico e la personalità di Patrizia: “posh”.

Posh, per chi non lo sapesse, è un termine della lingua inglese utilizzato per indicare persone, oggetti o ambienti di alta classe, con riferimento a modi di parlare, agire, vestire particolarmente signorili.

Patrizia è così: elegante e british. Indossa un “cappotto accappatoio” lungo, un paio di stivali chelsea e un berretto da baseball in panno.

Patrizia ti va di presentarti?

Mi chiamo Patrizia, come sai. Per qualche mese posso ancora dire di avere 34 anni. In questo momento della vita mi sto godendo la maternità a 360 gradi (ride ndr). Dal punto di vista lavorativo sono in stallo: purtroppo in automatico sono stata scelta come il genitore che doveva rinunciare all’aspetto professionale, perché quando non ci sono i nonni su cui fare affidamento (magari lavorano ancora, magari non ci sono o magari non vogliono esserci) il padre o la madre deve restare a casa. Certamente io sono felice di essere in prima linea e di occuparmi delle mie bimbe.

Ad ogni modo dovrò tornare a lavorare in ufficio con il mio compagno a breve.

Qual è la tua storia? Quando sei andata via dall’Italia?

Io sono andata via dopo il liceo, sentivo la necessità di volare il più lontano possibile. Avevo questo bisogno, quindi qualsiasi destinazione andava bene. Dopo il diploma volevo prendermi un anno sabbatico e ho iniziato a guardare varie offerte di lavoro: volevo andare via per poi tornare e iscrivermi all’Università. Su Facebook ho visto che una mia conoscente era stata in Inghilterra per un periodo di tempo abbastanza lungo. L’ho contattata e le ho chiesto informazioni: lei era partita per fare la “ragazza alla pari” presso una famiglia inglese. Si era iscritta su un sito in cui le famiglie potevano contattare le potenziali babysitter. Dopo varie interazioni e chiacchierate conoscitive, come le conversazioni su Skype, se entrambe le parti fossero state d’accordo il matrimonio si sarebbe fatto (ride ndr). Io ho deciso di fare così e ho trovato una fantastica famiglia di Londra.
Lavoravano entrambi e avevano una bimba, quindi avevano bisogno di qualcuno che andasse a prendere la figlia da scuola il pomeriggio e che restasse con lei fino alla sera. Io vivevo con loro. Durante la settimana avevo molti momenti liberi, di conseguenza ho iniziato a frequentare il college.

Come ti sei trovata?

Bene! Con questa sono rimasta per un anno e mezzo, poi sono rientrata in Italia e mi sono iscritta alla facoltà di Lingue.

Sinceramente però dopo aver frequentato un college inglese in una società civilizzata è stata dura approcciarsi a una Università carente dal punto di vista organizzativo e strutturale. Nel contempo poi ho conosciuto il mio ex con il quale decidemmo di ripartire per il Regno Unito.

Sei tornata a Londra?

No. Siamo andati a convivere a Leamington Spa, a sud di Birmingham. Qui sono rimasta per tre anni. Dopo aver fatto i classici lavoretti ho cominciato a lavorare per un’azienda turistico-alberghiera che si occupava di gestione di hotel, ristoranti, strutture ricettive. Inizialmente, quando il mio inglese non era ancora al top, ho lavorato come receptionist. Google è stato il mio grande insegnante sia per quanto riguarda la lingua inglese sia per il lavoro in sé (ride ndr).

Dopo un annetto sono passata negli uffici generali e facevo l’assistente nelle HR, quindi mi occupavo delle risorse umane e della gestione eventi sia corporate che privati (matrimoni, funerali, di tutto!). Nel frattempo è finita la relazione con il mio ex, l’ho lasciato. Ho anche pensato di tornare in Italia. Ho spedito tutto. Mia madre conoscendomi non ha aperto gli scatoloni, perché non ci ha creduto che tornassi e ha fatto bene: dopo poco le ho chiesto di rispedirmi di nuovo tutta la mia roba.

Era stato il braccio destro del Ceo della company a convincermi a restare, perché mi considerava una risorsa importante soprattutto nell’ambito hotel. Mi hanno infatti assegnato un nuovo progetto, ovvero una struttura stupenda a dieci minuti da Cambridge: un boutique hotel con ristorante a Royston nell’Hertfordshire . Era un posto paradisiaco, fantastico che ho visto rinascere, perché l’hanno buttato giù e ricostruito. Ero lì a seguire i lavori… Qui sono rimasta altri quattro anni e ho lavorato davvero tantissimo. Ci ho messo tutta me stessa in questa struttura.

Questa azienda fantastica mi ha formata totalmente, mi ha dato gli strumenti per arrivare agli obbiettivi, dandomi la possibilità di crescere al suo interno. Ho fatto tanti corsi, l’ultimo dei quali per diventare future leader, un ruolo importante. Questo corso mi ha aiutato ad affrontare il lavoro a Royston che mi faceva vivere in solitudine. La gestione era pesante per una ragazza che non aveva ancora compiuto trent’anni ed era già general manager, certi giorni mi sentivo il peso del mondo addosso.

Che differenze culturali hai riscontrato tra l’Italia e il Regno Unito?

Quando sono partita mi sono dovuta relazionare con un mondo totalmente diverso. La prima città in cui mi sono trasferita è stata Londra; la casa dove abitavo era a Nord in zona 5, una zona tranquilla lontana dal frastuono del centro città. Puoi immaginare una ragazza di 19 anni proveniente dalla provincia italiana in una metropoli come Londra?!? Nella capitale inglese non ci sono pregiudizi. Sei tu da sola e puoi farti conoscere per quella che sei; puoi fare quello che vuoi. Quale ragazza non si innamorerebbe di questa città?

Io mi sentivo viva sempre, c’erano attività, cose da fare e da vedere in ogni momento. In questa realtà io ho avuto la possibilità di rinascere. Ero stanca del mio paese, avevo bisogno di andare via, di fare le mie esperienze, di allontanarmi dal paese ottuso, pieno di pregiudizi, in cui avevo navigato fino a quel momento.

Anche quando mi sono trasferita a Royston, un paesino dove non c’era assolutamente nulla, avevo comunque la possibilità di spostarmi a Londra. I collegamenti funzionavano bene. Nella provincia inglese ci sono gli stessi pregiudizi, come per esempio un certo sentimento di ostilità nei confronti dello straniero. Gli inglesi spettegolano esattamente come gli italiani, a meno che non abiti in una grande città. Di conseguenza le differenze culturali non le vedo tanto tra Italia e Regno Unito quanto tra metropoli e provincia.

Quando sei rimpatriata e perché?

Ti ho raccontato che una delle motivazioni che mi hanno spinta ad andare via era il fatto che volessi provare a me stessa e agli altri il mio valore e dove potessi arrivare da sola, con le mie forze. Quando avevo deciso di partire non tutti mi hanno incoraggiata, qualcuno ha detto che sarei durata poco fuori dalla mia comfort zone. Poi a un certo punto ho smesso di avere voglia di dare dimostrazioni, di avere fame di successo, perché ho capito per prima il mio valore.

Nonostante fossi arrivata all’apice della mia carriera – mi mancavano solo due anni per arrivare allo step successivo, ossia diventare area manager – niente mi rendeva felice. A lavoro avevo raggiunto un livello di stress molto importante. Lavoravo tantissimo, cento ore a settimana. Ho provato a restare, a cercare la felicità: mi sono concessa alcuni lussi. Tuttavia dovunque mi trovassi e con chiunque fossi non ero soddisfatta. Potevo essere con la compagnia ideale nel ristorante migliore o a bere un drink su un rooftop con vista spettacolare ma non ero contenta, non mi sentivo appagata: ero triste.

Ho lasciato casa e lavoro, mi sono fatta una mega vacanza detox (sono stata un mese in Vietnam e Indonesia) e sono rimpatriata in Italia.

Com’è stato tornare?

Difficilissimo, perché ero stata fuori nove anni; ma ho sentito di dover tornare per la mia famiglia. Mi sono resa conto che mia madre stava invecchiando e che mi stavo perdendo tante cose. Io tornavo pochissimo in Italia perché o sfruttavo le ferie per tornare o per andare in vacanza e spesso avevo scelto di andare in vacanza. Per quasi un decennio non mi sono vissuta i miei genitori. Poi ho sentito la puzza di Brexit e per tutte queste ragioni ho deciso di dare un’altra chance al mio Paese.

Nel frattempo mi ero messa col mio attuale compagno col quale ho avuto due bimbe fantastiche, che sono la mia gioia più grande. Ho avuto un periodo di assestamento ma alla fine sento di aver fatto la scelta giusta: non mi sono mai pentita, ora sono felice.

L’Inghilterra mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno in quello specifico momento della mia vita, ma a un certo punto sono cambiate le mie priorità e sono cambiata io. Oggi sto bene qui.

Valeria de Bari

Rimpatriati è una rubrica dedicata a chi è tornato a casa e a chi vorrebbe tornare ma non ha ancora trovato il coraggio di fare la valigia. La grafica è di Marisa Tammacco.

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